CASO ORLANDI, POVERO IL GIORNALISMO NON INTERESSATO ALLA VERITÀ

Un paio di anni fa mi chiamò un amico giornalista: un segugio, uno tutto sudore e taccuino. Aveva una notizia bomba su un personaggio famoso: il classico scoop, ma di quelli grossi, di cui si sarebbe parlato per settimane. La “soffiata” dei suoi informatori trovava dei riscontri, ma non erano sufficienti. Mi telefonò per chiedermi una mano e io, che segugio non sono, non riuscii a trovare le conferme – e neppure le smentite – di quello che cercava. La notizia non uscì e quel giornalista non si sognò neppure di pubblicare un’informazione non verificata scrivendo del tipo: «Se è vera, allora il personaggio è coinvolto in uno scandalo, e se è falsa qualcuno vuol dire che qualcuno vuole screditarlo, perché questa voce sta girando». Ecco, una voce resta una voce, e non c’è giornalista che – magari a malincuore, perché avrebbe fatto la sua figura – non abbia dovuto rimandare o riporre nel cassetto un’inchiesta interessante ma costruita su fondamenta fragili.

Questo discorso di deontologia e buonsenso non vale ovviamente per Emiliano Fittipaldi, per il quale un documento che puzza di finto lontano un chilometro può essere la base per un’indagine sul coinvolgimento del Vaticano sulla sparizione di Emanuela Orlandi. Sulla puzza di finto ha scritto bene Andrea Tornielli, vaticanista di lunga esperienza: «Non tornano la forma, il linguaggio, la mancanza di intestazione e di timbri, la mancanza di firma, l’errore nel nome dell’arcivescovo Tauran. Non torna il contenuto: il segreto così ben conservato sulla Orlandi sarebbe stato reso noto a diversi dipendenti della Santa Sede al fine di avere una nota spese finale di tutta l’operazione». E ancora: «Non torna il fatto che una ragazza rapita sarebbe stata tenuta prigioniera non in un covo sotterraneo, ma in convitti e residence nel centro di Londra, con il rischio che qualcuno la fotografasse e la riconoscesse – prosegue Tornielli –. Non torna il fatto che una ragazza sotto sequestro da parte del Vaticano sarebbe stata portata a far visitare da medici con tanto di pagamento di parcella…».

Basterebbe cogliere uno solo di questi elementi – uno solo! – per sapere di dover andare avanti coi piedi di piombo, anche perché c’è il rischio per il cronista di essere usato dalla propria fonte, la quale può non avere come primario interesse la diffusione della verità. Fittipaldi non è uno sprovveduto, però non si rassegna davanti alla poca attendibilità delle carte che ha in mano: le pubblica. «Se è vero – titola Repubblica – apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel Vaticano». Ma se è falso (e la Santa Sede ha smentito senza se e senza ma) segnala anche il funerale del giornalismo italiano, indipendentemente dal numero di copie che venderà il libro di Fittipaldi. Perché si è sdoganato il linguaggio del “forse” su qualsiasi tema, anche sui più delicati. Un linguaggio pericoloso: basterà scrivere due scarabocchi diffamatori sul collega antipatico e il Fittipaldi di turno li sbatterà in pagina, limitandosi a dire che forse sono veri e forse no. Attendendo la prima voce contraria alla sua inchiestona per gridare alla censura e vestire i panni del paladino della libertà di stampa.

(articolo pubblicato su Verona Fedele, 24.09.17)

UN DOCUMENTO CHOC ESCE DALLA SANTA SEDE: sarà “il cuore di un libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi”. Forse il documento è vero. Forse non è vero. Forse non è choc. Forse non è un documento. Forse non è riportato in un libro. E forse non di Fittipaldi. E forse non sarà “il cuore del libro-inchiesta”. Forse sarà la milza.

 

 

Domanda: si capisce dal tweet che il virgolettato è tratto da un documento che per l’Espresso potrebbe essere vero ma anche falso? (ah vabbé, ma in un tweet non ci sta tutto…)

 

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