PROTESTE DEI GIOVANI, IL MIO COMMENTO SULL’OSSERVATORE ROMANO
“Non siamo migliori di loro”. Un mio commento per L’Osservatore Romano sulle proteste dei giovani di queste settimane.
Ai miei tempi non sopportavo chi iniziava un discorso dicendo “ai miei tempi”. Ma ancora meno digerivo chi dichiarava ai quattro venti che noi giovani eravamo senza valori. Avrei voluto rispondere: da quale pulpito? Da parte della generazione che si è inventata le baby-pensioni, scaricando le prevedibili conseguenze su chi sarebbe venuto dopo, o di quella precedente che si è fatta andare bene Mussolini, le leggi razziali e l’alleanza con Hitler? Con che coraggio ci vengono a dire che siamo noi quelli senza solidi princìpi? Pensavo a questo, insieme ad altre cose, ma lo tenevo per me: un po’ per vigliaccheria, un po’ perché mi interessava più confrontarmi con i miei coetanei che con i vecchi.
Ora che il vecchio sono io – 41 anni sono già un’età da dinosauro, per chi ne ha 20 – davanti alle proteste di questi giorni cerco di evitare le risposte facili. Sono in genere così comode, ci tranquillizzano: la nostra squadra ha perso la partita? Semplice: è colpa del modulo. C’è una crisi internazionale? Anche in questo caso abbiamo in tasca la spiegazione da offrire prima a noi, per rassicurarci, poi da donare al mondo intero. È come riempire le caselle di un cruciverba complesso con delle lettere a caso: si può fare, certo, ma non è questo il modo per risolverlo. Sarebbe più onesto riconoscere il proprio limite.
Io, da docente, non ho capito del tutto perché in queste settimane i giovani stiano protestando: se speravate di avere tutte le risposte, avete sbagliato articolo.
Ho però degli ottimi ex studenti. Come Gianluca, 21 anni, oggi studente di Storia e batterista fenomenale. Ho scelto lui – e non Chat Gpt o simili – come mio interlocutore. Gli ho chiesto: al netto delle violenze e dei soliti infiltrati che approfittano delle manifestazioni per devastare tutto – problema da non sottovalutare ma che non può oscurare tutto il resto –, perché un giovane sente il bisogno di manifestare? Cosa si aspetta da noi?
Non mi aspettavo che mi desse la stessa risposta che io 20 anni fa, e non protestando, tenevo per me: “Le generazioni precedenti – mi ha detto – hanno vissuto come se il mondo di domani non fosse un problema loro. Adesso non ci lasciano spazio, pensano che siamo schiavi da sottopagare perché privi di una fantomatica esperienza”.
Non voglio farla semplice, e neanche Gianluca lo vuole: ci sono centinaia di motivazioni che si intrecciano tra loro e che riguardano l’economia, l’integrazione, il disagio giovanile, l’incapacità di noi adulti di leggere il presente. Un presente che vive anche sui social, dove in molti si sono dati appuntamento per le proteste mentre tanti miei coetanei erano impegnati a condividere l’ennesima fake news.
Le prime parole di Gianluca, però, sono state altre: “Vogliamo essere ascoltati”. Già, e chi li ascolta più, i giovani? Sono trattati come consumatori da consumare, polli da spennare, inutili zavorre. “I giovani sono il futuro”, sento dire anche in non pochi ambienti ecclesiali. Perché non possono essere il presente?
Ecco, nella mia Chiesa – che amo – i giovani non protestano: si sono semplicemente stancati di fare i soprammobili. Le eccezioni non mancano, per carità, e sono meravigliose, ma la regola ormai è questa. Unita alla forte denatalità, causata anche dalle pressoché inesistenti politiche per la famiglia messe in piedi dalle generazioni precedenti, ha portato al crollo degli under 18 nelle nostre comunità.
Gianluca vuole essere ascoltato. Io non voglio ascoltare Gianluca, se con questo si intende lasciare che quelli della sua età ogni tanto dicano qualcosa e poi tanti saluti, abbiamo già deciso per voi. Nella società, nella Chiesa, dov’è che realmente si affida loro il timone, con responsabilità e gratificazioni, consapevoli che su tante cose loro sono meglio di noi? Prendiamo i giovani a pedate nel sedere, e ci stupiamo del fatto che negli organismi ci sono solo persone con i capelli bianchi. Qualcuno, parlando dei bambini, aveva detto: “Lasciate che vengano a me”. Non è stato preso troppo sul serio. Nel 2018 si è svolto il Sinodo dei giovani: è cambiato qualcosa? Io non me ne sono accorto. No, io non voglio ascoltare Gianluca: io voglio che Gianluca possa essere messo nelle condizioni di incidere.
Non c’è solo questo malcontento nelle proteste, ma tanto altro. C’è il mettersi nella scia di manifestazioni che sono partite prima in altri Paesi, il voler fare qualcosa di diverso dall’ordinario, la noia e certamente anche la voglia di saltare la scuola. Forse in passato era diverso? Ricordo l’occupazione in prima liceo: tra le prime motivazioni messa nero su bianco nei volantini compariva la scarsa quantità di crema nei bomboloni del distributore automatico, e tutti o quasi festeggiavano il compito in classe slittato almeno al lunedì successivo. I danni agli edifici c’erano anche allora: se ne parlava meno, i social non c’erano e nessuno aveva un telefono con fotocamera incorporata. Certo, vedere le immagini di ragazzini che creano il caos nelle città non mi ha lasciato indifferente. Qui la coscienza politica non c’entra, l’emarginazione sociale neanche, la noia forse: quali valori abbiamo trasmesso? Come ci siamo presi cura di loro, nei primi e fondamentali anni di vita?
Ai miei tempi, giusto per tornare all’odiata espressione, ho visto ragazzi bullizzare anziane e impacciate professoresse. Vent’anni dopo, si sono candidati in politica elargendo lezioni di senso civico. Io non so perché i giovani stiano davvero protestando, e forse neanche Gianluca lo sa: mi ha detto solo il suo punto di vista. Di una cosa però sono certo: non siamo migliori di loro. Eppure sappiamo parlare soltanto la lingua dei divieti: l’ultimo è quello sull’utilizzo dei social per gli under 14. Ma chi ha messo sotto i loro nasi uno smarphone a 6, 7 anni o anche di meno, in modo da scaricare sui dispositivi la fatica dell’essere genitori o educatori? La stessa generazione che dai giovani pretende quella maturità che neppure lei ha mai avuto. E tutto questo lo chiama “dialogo”
Lorenzo Galliani
Insegnante di religione e giornalista, ha scritto per Àncora «Hai un momento, Dio? Ligabue tra rock e cielo» (2018), «Canzoni in classe» (2023), «Il caso non esiste. Kung Fu Panda tra fede e ravioli» (2024). Dal 2025 insegna all'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bologna. Sposato con Carla, è papà di Anna, Irene e Giulia.