«Non è il momento di fare gli spiritosi». Grazie Sam. Grazie perché, nella giornata del ricordo delle vittime delle mafie, te ne sei rimasto in silenzio, mentre attorno a te facevano rumore. Hai detto solo questa frase, dall’alto dei tuoi nove anni, sussurrandomela all’orecchio, e hai passato tutto il resto del tempo composto, in piedi, mentre dal palco venivano lette decine e decine di nomi delle vittime, dal 1879 ad oggi. La stragrande maggioranza di quei nomi anch’io li sentivo per la prima volta, e pensavo alle loro vite spezzate, ai figli che non hanno più visto, alle mogli e ai mariti che non hanno potuto neppure salutare, per colpa della mano violenta della criminalità organizzata. Non so se anche tu stessi pensando alle stesse cose, ma sembravi abbastanza provato.

Accompagnavo la tua classe: per fortuna, c’erano anche delle maestre coi fiocchi, mica solo un mezzo disgraziato come me! Accompagnavo la tua classe, dicevo, e il giornalista di un quotidiano locale mi ha preso un po’ alla sprovvista, facendomi qualche domanda sull’iniziativa, della quale sapevo ben poco. Me la sono cavata con una banalità: “È importante che i bambini e i ragazzi siano sensibili a questi temi, perché loro sono il nostro futuro”. Che frase del cavolo! I giovani non sono il nostro futuro, sono il nostro presente! Come – coincidenza – ha scritto poche ore dopo un mio contatto Facebook, che non conosco di persona ma del quale ho molta stima: «I giovani non sono il futuro, i giovani sono l’oggi, perché domani saranno i vecchi. E se non gli diamo fiducia oggi, domani anche loro – da vecchi – terranno tutto per loro».

Davanti alle mie parole, Sam, il tuo silenzio era mille volte più prezioso. Ti chiedo però di non essere così severo con quegli alunni, di un’altra scuola, che hanno fatto un po’ di confusione in piazza, al punto da costringere l’assessore a interrompere in modo molto garbato la lettura dei nomi, dicendo che “così non ha senso questa iniziativa”. I pochi filmati che ho visto in rete riprendono l’inizio della lettura dei nomi, con un bel silenzio, ma dopo tre minuti la maggioranza dei presenti era già lì a chiacchierare o – nella migliore delle ipotesi – a esternare soddisfazione perché “quello si chiama come mio zio”, “quello come mio cugino”, “che nome buffo!”. Non si rendevano bene conto della situazione.

Ti chiedo di non essere severo, Sam, perché siamo stati noi grandi a non essere efficaci, non abbiamo fatto capire che quelle storie, anche quelle molto lontane nel tempo, sono parte della nostra storia. Spero di non scandalizzarti: se la lettura dei nomi fosse andata avanti un’altra mezz’oretta, mi sarei rotto le scatole anch’io. Portati a casa le riflessioni fatte in classe con le maestre, quelle sì che hanno avvicinato voi bambini alla conoscenza di questa brutta pagina della storia d’Italia (che ancora viene scritta: sì, anche in Emilia). E pazienza se un po’ di tempo ti è sembrato sprecato dai tuoi coetanei.

Nel pomeriggio ho visto piangere molti bambini, di due anni più piccoli di te. La loro maestra aveva terminato una supplenza lunga, e non l’avrebbero più vista. Fa dispiacere, certo, ma è sicuramente un evento meno importante di un omicidio mafioso. Eppure il saluto alla maestra era qualcosa che toccava loro da vicino. Mentre l’omicidio mafioso, se ridotto a una voce di un elenco letto così, decontestualizzato e preceduto e seguito dai classici saluti istituzionali, “grazie al consigliere per questo”, “grazie al senatore per quest’altro” (ma che vi importa a voi bambini del senatore? Giustamente), beh, passa via senza lasciare il segno.

È un problema non dei tuoi amici, Sam, ma nostro. Perché noi grandi siamo il presente di questa società. Come voi bambini.

(foto tratta dal sito della Gazzetta di Modena)

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Lorenzo Galliani

Lorenzo Galliani (Bologna, 1985), giornalista, collabora con “Avvenire”. Sul settimanale “Verona Fedele” cura da quattro anni la rubrica “Il Calciastorie”. Laureato in Scienze Politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha concluso il percorso di studi all’Istituto superiore di Scienze religiose di Bologna. L'ultimo suo libro è «Hai un momento, Dio? Ligabue tra rock e cielo», edito da Àncora, con la prefazione dell'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.

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