Bologna, 1986. Una suora insegna a un piccolo Cesare Cremonini a suonare le prime note al pianoforte: «Sì, si chiamava suor Vincenza – ha ricordato il cantautore a Famiglia Cristiana – Io avevo sei anni. Lei molti, molti di più. Con me era dolcissima dolcissima. Mi spaventava solo il fatto che, insomma, avesse un po’ di baffi». Passano gli anni e la passione per la musica: «Volevo diventare un cantante – qui il ricordo è affidato al Corriere – per un certo periodo ho vissuto davanti a una chiesa che aveva un altare dedicato a un giovane frate beato, Venanzio M. Quadri. Su quell’altare c’era un libro nel quale si potevano scrivere pensieri, preghiere o desideri da chiedere al frate. Non me lo sono fatto sfuggire. Ho scritto: caro Venanzio vorrei diventare un cantante, decidi tu appena puoi…» (in realtà frate Venanzio, originario di Monzuno – sempre nel Bolognese – non è ancora beato, ma l’aneddoto resta). «Credo in Dio e ne ho timore – aggiunse Cremonini –. Non vado in chiesa ogni domenica ma cerco continuamente un rapporto con la spiritualità. Sono distante ma mai troppo per quel timore di Dio che non vorrei mi rovinasse la festa».

Era il 2004. L’anno dopo uscì “Stavo pensando che Dio”, nell’album Maggese. Un dio tirato in ballo dopo un amore andato in frantumi («Credo in un solo destino, quello deciso da me dopo avermi tradito tu!»). Esordisce così Cremonini: «Stavo pensando che Dio altro non è che l’amore infinito, ma uno stupido e un pazzo e antipatico come me non può credere che tutto sia stato creato, come Dante ha poi visto e raccontato compreso il male, il godere e il peccato, per non essere usato mai». E chiude: «Stavo pensando che Dio quell’immenso giardino incantato deve averlo inventato e creato… solo per sé».

 

Più o meno come il dio di “Le sei e ventisei”, canzone che racconta un incontro con una prostituta: «Se Dio sapesse di te sarebbe al tuo fianco. Direbbe “son io, quel pittore son io”, facendosi bello per te. Ma è troppo occupato a dipingere nuvole in cielo per badare anche me». Oppure «è troppo occupato a far piovere il cielo, dare vita a uno stagno e forza all’oceano». Troppo preso a fare altro, insomma, per accorgersi delle nostre piccole esistenze.

Sembra quasi di risentire l’eco del «Dio cattivo e noioso, preso andando a dottrina» di “Silvia lo sai” (Luca Carboni). In più, qui, è anche menefreghista. E allora, nei giorni dell’uscita dell’esortazione apostolica “Gaudete et exsultate” di Papa Francesco, occorre uno sguardo nuovo e felice perché Dio non è troppo occupato a dipingere nuvole in cielo. Anche se, caspita, le ha fatte davvero bene!

 

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Lorenzo Galliani

Lorenzo Galliani (Bologna, 1985), giornalista, collabora con “Avvenire”. Sul settimanale “Verona Fedele” cura da quattro anni la rubrica “Il Calciastorie”. Laureato in Scienze Politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha concluso il percorso di studi all’Istituto superiore di Scienze religiose di Bologna. L'ultimo suo libro è «Hai un momento, Dio? Ligabue tra rock e cielo», edito da Àncora, con la prefazione dell'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.

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