Dalla musica alle soap opera – passando per sport e letteratura – possiamo trovare riferimenti al senso religioso, oggetto di riflessione della cosiddetta «Teologia pop».

[Guido Mocellin è un giornalista di classe, cura per Avvenire la rubrica Wikichiesa e ha una notevole profondità di sguardo su temi religiosi e non solo. Mercoledì 25 luglio mi ha fatto il grande regalo di moderare la presentazione del libro «Hai un momento, Dio? Ligabue tra rock e cielo» a San Matteo della Decima (presto verranno caricate le foto della serata). Ha introdotto l’incontro con una riflessione sulla «Teologia pop», nella quale – nel suo piccolo – anche il libro su Ligabue si inscrive. Qui sotto alcuni dei passaggi più significativi del suo intervento]

COSA È LA TEOLOGIA POP

Direi che potremmo definire oggetto della teologia pop la ricerca e la valorizzazione delle forme, più o meno esplicite, di ricerca e di testimonianza del Dio di Gesù Cristo che si trovano nella cultura popolare delle nostre società contemporanee, ormai del tutto secolari.
Non a caso, è un esercizio nel quale sono particolarmente versati gli insegnanti (o ex insegnanti) di religione, alcuni dei quali sono anche degli ottimi giornalisti e saggisti. Non è un caso perché nell’ora di religione «tutto il mondo sembra buono, anche il professore» (cit. Venditti), che dunque è un «insegnante debole». E allora, se non vuole perdere gli studenti “avvalentisi”, deve imparare a misurare sul loro severo e talvolta severissimo metro la propria capacità di comunicare e di ascoltare; cosa che passa inevitabilmente per le forme della cultura popolare contemporanea.

LA FEDE A CANESTRO

Di teologia pop la Rete è, per ragioni che sono intuitive, zeppa. Solo nell’ultimo mese, nella mia rubrica ho segnalato tre storie, che riprendo brevemente. È piaciuta molto ai siti specializzati in cose di basket che un prete, predicando l’omelia a una coppia di sposi nella quale “lui” gioca a basket, abbia usato un tiro a canestro come metafora delle cose che possono andare bene o meno bene nella vita coniugale. Non si è limitato a dirlo: ha fatto mettere un canestro nella navata e ha chiamato lo sposo a un difficile tiro libero.

Tra i molti casi di rap utilizzato per forme di evangelizzazione ed espressioni culturali cristianamente ispirate, ce n’è uno in Kenya, dove il rapper è un prete, e uno in Piemonte, dove dei bambini hanno rappato sul De Profundis. Il relativo video è davvero delizioso. L’ultima è uscita su Avvenire oggi (25 luglio): ci sono molti “padroni” di cani che addestrano i loro “amici a quattro zampe”, come si dice, a un esercizio, prima dei pasti, che intendono come forma di preghiera. Il sito su cui l’ho visto si chiama, significativamente, ChurchPOP: e così il cerchio si chiude.

TRA HARRY POTTER E I MONDIALI

Fa teologia pop chi prende certe grandi saghe contemporanee e le fa a pezzi per sottolineare le consonanze con temi biblici ed evangelici. Non è solo questione di Bibbia come grande codice della letterature moderna; è questione del cammino di salvezza presente in filigrana nelle vicende dei protagonisti. Chi conosce Harry Potter (ma non per aver visto i film, bensì per aver letto i romanzi, che ovviamente contengono molte più cose) potrà leggere con frutto Il Vangelo secondo Harry Potter, del pastore valdese Peter Ciaccio. E potrà farlo a maggior ragione a fronte di chi, a partire dalla fede, ha invece messo in guardia i lettori dal frequentare i personaggi e le storie di J.K. Rowling. In Rete, tra chi fa questo lavoro su fantasy e dintorni c’è il sito Cattonerd.
Si può fare parecchia teologia pop guardando al calcio. Limitandomi all’ultimo mondiale, occasione ghiottissima per questo tipo di osservazioni, segnalo l’interesse sollevato dalle immagini di alcuni calciatori in preghiera, come il belga-congolese Lukaku, e soprattutto le simpatie raccolte in particolare presso gli ambienti cattolici antimoderni dalla squadra della Croazia, nazione ancora “cattolica”, il cui allenatore prega il Rosario (ma Trapattoni, con la sua acqua santa, non era da meno), che la finale ha contrapposto alla squadra della nazione «laica» per eccellenza, la Francia. Quattro anni fa mi ero molto divertito a cogliere la Gazzetta dello sport attingere alla memoria religiosa dei lettori-tifosi titolando «Cuore di Maria» la foto che mostrava il calciatore argentino Di Maria esultare con il gesto del cuore dopo aver segnato un gol decisivo.

ANCHE RIDGE PREGAVA

La programmazione televisiva è luogo in cui la cultura popolare è, per così dire, densissima. Molti anni fa colsi, in Beautiful, Ridge fare a Caroline, la prima delle numerose mogli che la serie gli ha assegnato, una domanda irricevibile per, credo, qualunque coppia di sposi: “Non ti ho mai chiesto qual è il tuo rapporto con Dio”. La poveretta si stava ammalando gravemente e il marito si era accorto – bontà sua – che stava elaborando qualche interrogativo sul “dopo”. Ma andiamo velocemente al programma nazional-popolare per eccellenza, il Festival di Sanremo, per ricordare come, qualche anno fa, essendo stato affidato a Celentano il consueto monologo “provocatorio” destinato a far parlare i giornali e non essendo in quel momento le istituzioni politiche un bersaglio possibile (si era appena insediato il governo Monti), gli autori pensarono bene di ripiegare sull’istituzione-Chiesa, identificata per l’occasione con i giornali Avvenire e Famiglia Cristiana.

(dal minuto 3’54”. Caroline sta per morire. Dice a Ridge: «La Bibbia è accanto al letto». Ridge la prende, e iniziano a pregare)

CARO AMICO, TI SCRIVO

Ma parlare di Sanremo ci conduce dritti dritti a quel ramo della teologia pop che guarda alla canzone popolare, d’autore (come quella di Ligabue) e non. Nel libro su Ligabue, Lorenzo Galliani dedica l’ultimo capitolo a una veloce panoramica “tra musica e Dio”, citando giustamente come fonte il saggio Dio, tu e le rose di Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini. Al molto che c’è già lì, e a cui rimando, aggiungo un riferimento a Lucio Dalla e alla sua celeberrima L’anno che verrà, nella quale sono certo che si possa leggere una «tensione escatologica». Inventata «per poter riderci sopra» ma anche per «continuare a sperare», e infine risolta nel «qui e ora» di una relazione con l’altro: «vedi caro amico, come sono contento di essere qui in questo momento»… credo che essa ci dica, poeticamente, cosa Dalla si aspettava per l’eterno «secondo tempo» della vita in cui è poi entrato. Insomma, ci dica qualcosa di più di quel cielo su cui Ligabue si limita a interrogarsi: «se è vuoto o pieno, lo sapremo».

Prima di tutto è effettivamente un quando: «il nuovo anno», e non un dove, e vi accadono cose nuove, «una trasformazione», anche se non oserò dire che è un tempo messianico… Per il momento è solo qualcosa che “si deve inventare”. Ed è sicuramente un paradiso pop: infatti non l’ha annunciato un profeta, ma «la televisione». Però, come il regno dei cieli in cui crediamo, è un tempo di eterna gioia: «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno». Da esso la sofferenza è bandita: quella dell’uomo: «ogni Cristo scenderà dalla croce», e quella della natura: «anche gli uccelli faranno ritorno». È un tempo di abbondanza: «ci sarà da mangiare, e luce tutto l’anno», e di guarigione: «anche i muti potranno parlare». E infine è un tempo in cui la sessualità, ogni sessualità, è misteriosamente riconciliata: «si farà l’amore ognuno come gli va», sebbene qualche regola rimanga: ad esempio i preti «potranno sposarsi» soltanto «a una certa età». Infine per i «troppo furbi» e i «cretini d’ogni età», semplicemente non ci sarà posto: o cambieranno anch’essi oppure, «senza grandi disturbi», spariranno.

Guido Mocellin

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Lorenzo Galliani

Giornalista e insegnante di religione, ha scritto per Àncora «Hai un momento, Dio? Ligabue tra rock e cielo» (2018) e curato il libro «Nella vignetta del Signore» di don Giovanni Berti, sacerdote-vignettista (2019).

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