FELTRI, BELPIETRO E LA DIFESA DEI TITOLI INDECENTI

Vincono sempre loro, e anche questo post – nel suo piccolo, anzi piccolissimo – ne è la controprova. Feltri e Belpietro (e non solo) riescono a far sentire la propria voce solo quando questa urla parole offensive, capace quindi di creare un moto di indignazione e di far parlare di loro. Capito il giochetto, non lo rifiutano. Solo così “Libero” (ma non solo/2) ha quella visibilità che evidentemente con inchieste e approfondimenti non è in grado di ottenere. Gettato il sasso, e ottenuto l’effetto voluto, arriva l’autodifesa, spesso un contrattacco che ha persino la pretesa di essere una lezione di giornalismo vero, sanguigno, puro. Ecco tre casi, tra i più noti. Nota a margine: sono titoli di apertura di un giornale nazionale, non discorsi fatti al bar. In tutto questo l’Ordine dei giornalisti che fa, a parte esprimere il proprio disappunto nel solito (temibilissimo) comunicato stampa?

«Per stendere Renzi bisogna sparargli» (Libero, 8/11/17). Indignazione, risposta di Vittorio Feltri: “Ho scelto una metafora”

«Patata bollente», titolo sopra la foto del sindaco di Roma Virginia Raggi (Libero, 2/10/17). Indignazione, risposta di Vittorio Feltri: «Il doppio senso lo attribuisce chi legge e non chi scrive»

«Bastardi islamici», (Libero, 14/11/15). Indignazione, risposta di Maurizio Belpietro: «Per noi era scontato che ci si riferisse ai terroristi».

Per molta gente, invece, era scontato che il giornalismo fosse una cosa seria. Per fortuna molti cronisti con la testa sulle spalle lo testimoniano ogni giorno.

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